Ci siamo sempre fermati alle soglie di città favolose, geometrie del sogno, dove l’iride muore e regna il colore, non rapporto o sensazione, ma unica forma di vita.
Abbandonando i selciati usuali si riscopre dunque questa città del sole nella pittura di Rolando Zucchini, questo sagomato labirinto di illusioni, questi squarci dove hai vissuto una vita prenatale in un limbo di materia non aggressiva ma pulsante e varia.
Pensiamoci bene: il suo colore lo avevamo presagito nei maestri (non è il trascolorare delle ali dell’Angelico o la giusta misura di certi preraffaeliti?) e in certe nature assolate dove passavamo pomeriggi a scoprire ventri di cavallette e aghi magici.
Il sogno non è più tale. I percorsi dopo un po’ ti diventano famigliari. Il suono di questa pittura ti gonfia le vene e si fa tuo.
La sua modernità trae origine da studi precisi, affonda radici nella storia, ma prosegue in un percorso assolutamente originale.
Di più il critico non potrebbe dire, se non che l’Umbria è dietro l’angolo, ai margini della tela, si respira come un dono in più stando con questi quadri.
Ecco la convinzione: con questi quadri bisogna stare, non solo guardarli, viverci bisogna.
Non sappiamo ormai alla soglia di quale presagio Burri, l’umbro sia, ma certo anche vedendo i quadri di Rolando Zucchini si avverte il grande respiro, quello per cui in queste terre, in queste città c’era sempre un maestro e gli allievi grandi come lui a vivere nel tempo.