Giorgio Cortenova (1989)

La pittura possiede, nella storia delle sue trasformazioni, il sogno stesso della pittura, forse la nostalgia di un linguaggio liberato dai codici, totale, giunto una volta per tutte sull’estremo limite dell’espressività.
Non so analizzare tutto ciò se non richiamandomi ad una "comunicazione profonda", che trascura e trascende gli strati superficiali dell’essere e si sviluppa nelle falde sotterranee dell’io, senza per questo toccare la surrealtà dell’inesistente.


A dire il vero mi riferisco a qualcos’altro, che di fatto non è del tutto dicibile: vale a dire che il senso e la pratica del comunicare non solo non si accontentano degli stereotipi che la storia del linguaggio predispone, ma si spingono più in là del codice inedito, tentando la soglia stessa della totale liberazione, laddove segno e gesto si ricollegano nell’osmosi lirica della materia.
La pittura astratta ha in tal senso un’ormai lunga tradizione. Va detto però che in quelle terre che vanno dall’Umbria alle Marche essa si rivela secondo parametri di emozioni arcaiche eppure raffinatissime, forti eppure riflessive.
Rolando Zucchini appartiene a queste intense tradizioni.
Nella sua pittura non vi sono sovraccarichi di reiterate geometrie, né fardelli di strutturazioni razionalistiche; per lui questi sono sistemi operativi che sanno di sofisticazione che, comunque, allontano gli impulsi primari del dipingere.
Zucchini "spreme" i gialli nei bianchi della lontananza e trattiene i blu nella scorza aspra dei grigi.
Apprezzo quel suo modo largo ma però “arcaico” di fare pittura, quella sua astrazione che raccoglie scaglie di terra e di realtà, contaminando improbabili cieli e fangosi deserti. E’ un pittore "naturale" nel senso che non frappone veli né diaframmi artefatti tra sé e l’emozione diretta della pittura.
Appartiene con tutti i titoli a quella schiera di giovani che si è ribellata alla figurazione selvaggia del citazionismo; è di quelli che sono ripartiti dallo zero, se così si può dire, rivendicando all’arte il diritto di rischiare, di attingere ad un linguaggio poetico ed insieme irriverente, di essere in sé e per sé un’espansione primigenia dell’io: ancora una volta una realtà ineludibile della coscienza del mondo.