Giorgio Cortenova (1985)

Sono sempre affascinato dal linguaggio pittorico che sappia porsi come pratica del dubbio e nello stesso tempo anteponga al fenomeno formale l’energia del pigmento. E’ questo il caso di Rolando Zucchini, un artista che si muove secondo i binari della tradizione astratta con una sua autentica capacità di inquinarli, se così si può dire, di aggredirli con le magie simboliche della riflessione e con i sottili onirismi della mente.


Ciò che caratterizza il lavoro di Zucchini è la dialettica come premessa della forma, o meglio la dialettica come sorgente stessa del vedere e, naturalmente, del conoscere. Sono favorevolmente attratto dalle sue geometrie, ma lo sono ancor di più dall’insistenza con cui attenta ad esse: come se da un lato il pittore cercasse il rigore schematico della progettazione e della partizione spaziale, ma da un altro lato sentisse insorgere la forza magica della materia, le fibre alchemiche del pigmento, l’emergere inevitabile eppure inafferrabile dei colori primari in libera espansione.
Zucchini non vive questa contraddizione passivamente, ma sembra invece premeditarla, fondandola come centro pulsante della propria ricerca; così come sembra pilotare lo scontro tra un ordine di segni a volte astrali, a volte biologici, con una tipologia che si rifà questa volta agli elementi primari della superficie.
Credo che Zucchini stia inseguendo il top di una tensione che trasformi le sue tele in pure membrane emotive, nient’affatto irretite nelle dimensione reali della bidimensionalità. E tutto ciò non attraverso il rincorrersi del gesto, ma per via di penetrazione riflessiva, per via di ritmi onirici e di paesaggi interiori e penetranti.
La sua è una pittura che ricerca saturazioni di energia e che, ritrovandole, s’impenna nelle zone rarefatte della mente.