Nelle opere di Rolando Zucchini ogni stratificazione deriva dalla cernita preordinata degli elementi e da una precostruzione degli ambiti, divisi omogeneamente per linguaggi; come in un rilievo stratigrafico ogni parte è in sé autonoma ma tende a fare sistema.
Sicchè ogni insieme risulta razionalizzato da un severo spirito geometrico e contemporaneamente vivificato dal rapporto determinante con la materia, con una fisicità forte, perfino eccessiva, a tratti, nella sua esuberanza.
Le forme geometriche che si incuneano rappresentano in fondo un ulteriore scarto dell’idea della pittura: una pittura in versione tecnologica e in funzione anche dell’ambiente, dell’"atmosfera", una pittura di ovattata luminosità, e tutta sospesa in una contemplazione esoterica.
E’ il demone della materia che torna ad agitare l’ordine, la compostezza, l’elemento struttura di quei contenitori euclidei.
In bilico tra la dimensione onirica e la rappresentazione drammatica, il cosmo gli si presenta come un mondo in continua genesi ed in sommovimento perpetuo rappresentabile con facilità in una successione infinita di esplosioni magmatiche, in una progressione di sconvolgimenti che dilaniano in rapida attesa ogni immagine definita.
L’indagine con la serie degli Orti e delle Strisce di Mare viene catapultata all’esterno, verso lo spazio, nel paesaggio; ma anche esso rimane contagiato dagli enigmatici interrogativi e dalle riserve di una personalità disposta a rivelare il negativo più che il positivo.
Zucchini, sulla via di Nietzche sottrae il negativo al trionfo di un rassicurante positivo che si svela nelle contraddizioni del primo.
Se consideriamo tutto questo, ci apparirà più logico l’approdo dell’artista umbro ad una "metafisica" non statica, non di involuzione, ma di sperimentazione continua. Una “metafisica” geometrica del mondo, ma non nel senso che Mondrian ci ha trasmesso, in quanto semmai turbata da un minore ottimismo, da una minore sicurezza.