Traversando la calda stagione dei primi anni Ottanta, consegnati oramai alla memoria come periodo di ritorno ad un linguaggio pulsionale che dall’intimo deborda ad un supporto variamente articolato, operando in quegli anni, dicevamo, Rolando Zucchini direziona le proprie indagini su di un versante astratto-materico nel quale è già insita, a mio avviso, una costante della sua poetica, ovvero il concedersi all’arte con progettualità ed intenti emozionali ad un tempo.
Nel senso che vi è nei suoi lavori un articolarsi degli spazi ove superfici campite analiticamente da valori all’apparenza monocromi, vengono di seguito percorse da vitalissime bande multicromatiche che in altra sede menzionammo come “intime emissioni”.
Nel volgere del tempo Zucchini esplicherà questa duplice valenza disponendo le opere in sorta di dittici nei quali viene accentuato lo scarto fra elementi che simulano frammenti parietali e spazi contrapposti dove l’autore dà fondo alle proprie pulsioni pittoriche.
Negli anni Novanta assistiamo invece ad una progressiva riduzione della pratica manuale legittimata, beninteso, dall’evolversi delle sue ricerche; opere come Senza Tempo 1990 o Frammento Cosmico 1991 si connotano per una spazialità metaforica e fortemente idealizzata.
Di estrazione concettuale risultano pertanto le installazioni che Zucchini esibisce nella mostra al Centro Luigi di Sarro di Roma, lavori, questi, che pur sintonizzando col generale clima di raffreddamento dell’arte, conservano ciononostante un nucleo sentimentale definito dall’autore come icona della pittura, una testimonianza quindi o lacerto d’affresco, apposto alle bianche, trapezoidali strutture che similmente a piccole astronavi o ai nostri concetti, si dipartono in uno spazio-cosmo ivi espresso – ludidamente – da supporti ondulati o da mensole asettiche su cui poggiano biglie coloratissime che, irradiate da fonti luminose, ci ritornano una miriade di luccichii che paiono satelliti, costellazioni o immaginifici spazi siderali.