Dicembre 2008 - N° 72

 

I colori della pace
Shozo Shimamoto e Yasuo Sumi
La via della levità

 

Al Museo MAGI ‘900 di Pieve di Cento (BO), il giorno 11 novembre 2008 Shozo Shimamoto e Yasuo Sumi hanno eseguito una performance nella sala Modigliani. La performance, consisteva nel lancio di colori, contenuti in bottiglie di vetro o bicchieri sulle tele, e rappresenta il primo di una serie di momenti che vedono i due grandi protagonisti della ricerca artistica giapponese dal secondo dopoguerra a oggi, coinvolti nel programma espositivo del Museo.

Al termine della performance il fondatore del Magi, Giulio Bargellini, già promotore della scultura della pace donata a tutti i premi Nobel, conferirà una importante onorificenza all’artista Shimamoto, coinvolto da sempre come lui in molte iniziative filantropiche legate alla condizione dei disabili, e nella promulgazione della pace nel mondo attraverso numerosi appelli e performance pubbliche.

Le tele utilizzate per la performance hanno composto la mostra di dipinti inaugurata il giorno 22 novembre presso lo stesso Museo.

I due artisti fatto parte del Movimento Gutai fondato nel 1954 da Yoshihara, ed il cui nome, è stato dato proprio da Shimamoto. Il movimento Gutai del quale, tra gli altri, facevano parte Kanayama, Murakami e Shiraga, è stato celebrato ed apprezzato in tutto il mondo (si ricorda, fra l’altro, la presenza del Gruppo Gutai alla Biennale di Venezia del 1993) e ha esaltato e messo in gioco il complesso rapporto tra una forte tradizione culturale e un altrettanto urgente desiderio di rinnovamento della pittura attraverso il suo superamento, così come è avvenuto in Europa con il Movimento Informale e negli Stati Uniti con l’Action Painting. L’improvvisazione, l’azione teatrale, l’arte calligrafica, la pittura, si mescolano quindi in un sentire comune a molti artisti della medesima generazione, che oggi rappresentano in un certo senso dei “classici” del contemporaneo.

Nel 1998, infatti, le opere di 150 artisti, protagonisti dell’arte del XX secolo, furono esposti presso il MOCA di Los Angeles, e quelle di Shozo Shimamoto erano collocate vicino a quelle di Pollock e di Fontana in una sintesi efficace che fotografa bene un momento del periodo storico analizzato.

Shimamoto, le cui opere sono presenti nei più importanti musei internazionali tra cui la Tate Gallery di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, la Galleria d’Arte Moderna di Roma, partecipò anche alla 48ma e alla 50ma Edizione della Biennale di Venezia con Yoko Ono nel 1999 e nel 2003 al progetto Brain Academy Apartment.

Per Sumi, che dopo l’esperienza Gutai in cui entra nel 1955, fa parte dell’ Art Club diretto da Taro Okamoto e oggi del Gruppo AU: l’uomo è un prodotto della natura e per questo ha in sé il potere della natura, una grande forza come quella che si sprigiona durante un terremoto o un tifone. Nelle sue azioni egli ama coinvolgere il colore con strumenti come pettini e vibratori, ad esempio. Il colore, così, si espande e “sporca” oggetti, abiti, volti, regalando loro un nuovo aspetto. La mostra è stata curata da Vittoria Coen e Roberto Mazzacurati.


 

Alla Basilica Santa Maria Maggiore di Bergamo
Terre e ombre

 

In occasione del giorno di Ognissanti e della ricorrenza dei Morti, la Fondazione MIA ha inaugurato una mostra di Alfredo Colombo nei suggestivi e inediti spazi espositivi della Basilica Santa Maria Maggiore di Bergamo. Così spiega il curatore della mostra Mauro Zanchi: l titolo Terre e ombre suggerisce contemporaneamente sia le corrispondenze che si innescano tra l’arte e la vita sia il legame misterioso che ogni persona instaura con il popolo dei defunti che abita la terra e la memoria. L’artista ha stabilito un rapporto di significati utilizzando solo materie povere: argilla, ferro e legno di recupero. Le sculture di terracotta sono fondate su un principio di essenzialità. La terracotta è per Colombo una materia poetica, che risponde con un senso di possibilità aperto a tutte le trasformazioni: la terra è concepita come sostanza arcaica dell’immaginario, con un vasto patrimonio simbolico, in grado di generare continuamente forme e significati. Il suo utilizzo sancisce anche l’intento di ritornare a un rapporto di armonia tra cultura e natura. Alcune sculture sono domande verticali, totem costellati di segni e di incisioni con allusioni sia figurative sia evocative. Divengono simboli di forze primigenie: canneti, antenne, ricettori. Si caricano di rimandi a presenze ancestrali, a miti legati alla terra: segnalano presenze di flussi e di energie, moti ascensionali.

Tra il fruitore e la vastità dell’oggetto si dinamizza un’ondata di rimandi, sensazioni enigmatiche, non comprensibili fino in fondo, emozioni. Lo spettatore, percependo il messaggio dell’opera, è chiamato in causa per rispondere con un’altra emozione: in questo moto una scintilla dell’apprendimento entra in contatto dialettico con la provocazione contenuta nell’opera. Tra le opere della mostra vi sono anche gabbie di legno e ferro che imprigionano globi di terracotta – qui rimandano sia a teschi (ricordi di eccidi) sia a palle forate di cannone sia a semi che non hanno dato frutti incontrando la forza generatrice della terra - segnando lo spazio in forma di prigione geometrica. Le sculture, qui intese come simboli esse stesse della violenza dell’immaginazione, agiscono come trasmettitori, per toccare lo spazio mentale dello spettatore. Le opere alimentano ricordi del presente e memorie della coscienza collettiva.

La mostra resterà aperta fino all’otto gennaio 2009.


 

BALDO DIODATO
Metalli due

 

Venerdì 14 novembre la galleria Hybrida Contemporanea ha presentato la mostra personale di Baldo Diodato dal titolo Metalli due (opera nella foto a destra), a cura di Martina Sconci.

Baldo Diodato, artista di origini napoletane, non si è accontentato di calcare la scena dell'arte italiana. Dopo esperienze significative nell'ambito dei gruppi che animavano l'arte partenopea dei primi anni 60' (risale al '66 una sua importante mostra al Modem Art Agency di Lucio Amelio) decide di trasferirsi a New York, dove avrà l'occasione di realizzare mostre significative in importanti gallerie e musei. Rimarrà nella “Grande Mela” per circa ventisei anni fino a quando, stanco del ritmo incalzante della metropoli decide nel 1992 di tornare in Italia, in particolare a Roma, dove continua la sua ricerca artistica.

Importanti critici hanno seguito con grande interesse il suo lavoro: Achille Bonito Oliva, con cui formò il gruppo operativo 64, lo definisce “artista eccentrico, estraneo ad ogni definita scuola o corrente. Diodato si muove senza rigidità tra pittura, scultura e performance”. Dopo la tecnica surrealista del frottage, sperimenta varie soluzioni riguardanti l'impronta del tempo sulla materia dell'opera. Affascinato dal ritmo inarrestabile della gente che cammina sui marciapiedi di New York, stende una tela a terra e lascia che i passanti vi imprimano le loro tracce. Negli ultimi anni la tela è stata sostituita da sottili lastre di alluminio che formano come una pellicola metallica. Camminandoci sopra si crea un calco del pavimento e dunque un “calco della storia”: la lastra di alluminio diventa il risultato di tanti camminamenti, flusso ininterrotto dell'esistenza umana che si imprime sul terreno.