Nel tempio laico e colorato di Mark Rothko
Mark Rothko
una grande mostra nel rinnovato Palaexpo di Roma
di Stefano Miliani

“I dipinti di
Mark Rothko, enormi, calmi, con i loro rettangoli fluttuanti dove ogni traccia del caso è stata rimossa, hanno qualcosa di straordinariamente meditativo che sembra magico e misterioso. Quella profondità ha qualcosa di religioso”. Sono parole pronunciate da
Gerard Richter, pittore tedesco incline ad astrarre visioni e immagini, in una intervista del 1997 a
Mark Rosenthal e pubblicate nel catalogo stampato dalla
National Gallery di Washington per una retrospettiva sul pittore delle vaste fasce sfrangiate e dai bordi nebulosi in giallo, rosso, arancione, come in blu, nero, viola, marrone,… La descrizione di Richter, uno dei maggiori artisti oggi in vita, inquadra bene alcuni fondamentali di Mark Rothko: la vastità, la profondità, il senso del mistero di tele astratte capaci di inondare di colori lo spazio e di sensazioni forti chi vi si pari davanti. Eppure il percorso dell’artista che alle aste internazionali raggiunge quote da capogiro è ancora più complesso. Inizia con la figurazione stravolta negli anni trenta, risente del surrealismo, conoscerà la gioia di tonalità calde e sensuali, approderà a timbri cupi e insondabili, ma mantenendo sempre, al di là delle apparenze, saldi agganci con la storia dell’arte e dell’umanità. Quei campi astratti dai colori caldi e freddi, magari inframmezzati da brani di nero o strisce bianche, rispettano infatti ritmi e proporzioni precise secondo armonie nascoste eppure ben presenti, forti. Ma, soprattutto, le astrazioni di Rothko non sgorgano dal sogno di una presunta irraggiungibile purezza: nascono perché la tragedia della seconda guerra mondiale ha spazzato via ogni fiducia e per l’artista, ebreo, nulla poteva essere più come prima, tanto meno la pittura. Inaugurata il 6 ottobre 200, ha chiuso il 6 gennaio, nel ristrutturato Palazzo delle Esposizioni di Roma, la prima grande retrospettiva italiana sull’artista successiva alla sua morte. Il curatore Oliver Wick ha intessuto una retrospettiva di 70 dipinti e 40 opere su carta tra libri e album di schizzi. Una mostra che difficilmente si potrà rivedere in Europa per i costi proibitivi dell’allestimento e del reperimento delle opere. Le tele di Rothko si misurano in termini di molti metri quadri e sono delicate, trasportarle ha altissimi costi di assicurazione e non è certo una cosa facile. Le varie sale tracciano il percorso di una vita. A partire dagli inizi figurativi, meno conosciuti, tra cui un autoritratto del 1936 e la figura in piedi alla finestra del 1939, dove già si vede la suddivisione in fasce del quadro che diventerà il segno rothkiano di tutto il suo lavoro. Nella terza sala ci sono i dipinti dei primi anni ’40 con l’eco di un certo surrealismo: “Rothko sente che l’arte arrivata fino ad allora non basta più, spiega il critico, e allora lui, appassionato studioso di Nietzsche, si rivolge al mito, alla caduta di troia come metafora del crollo del mondo, studia il mito di Antigone, studia ed elabora, influenzato da Ricasso, la figura mitologica di Lilith”. Neppure questo soddisferà il suo senso del tragico, così la rassegna romana documenta la “conversione” all’astrattismo pieno e totale a partire da importanti tele del 1948 e 1949 tra ondate di rosa e azzurro grigio, per poi approdare ad altri capolavori come un dipinto di 2metri per 160 cm. proveniente dal Gugghenheim Museum di New York con una striscia nera tra il violetto, il giallo e l’arancio, come gli ampi campi di colore che valserò a Rothko l’iscrizione, da lui mai accettata, nel club del Color Field Painting. “Aveva ragione lui, afferma Oliver Wick, c’è altro nella sua pittura. C’è soprattutto una fortissima spinta etica: le sue superfici hanno proporzioni che rimandano, nei loro rapporti, alle proporzioni dell’uomo rinascimentale, quindi ad un ideale di umanità che lui voleva recuperare attraverso l’arte”. Quell’ideale artistico e in fondo umanistico che non lo farà indietreggiare davanti al terrore del mondo, un terrore forse ben esemplificato dagli ultimi quadri dove grandi neri sovrastano fino all’orizzonte oceani di grigio-tortora.
Mark Rothho (Marcus Rothkowitz) nacque nel 1903 in un paese allora in Russia, oggi in Lettonia. La sua famiglia era emigrata negli USA nel 1913. Morì suicida una mattina del febbraio 1970.
number 5 1949